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Da osservatori a volte troppo resistenti al cambiamento, in tanti continuano a considerare il “mondo digitale” come settore ancillare di altre discipline più “tradizionali” e a relegare gli strumenti digitali al solo ruolo di supporto alla creatività,  alla produzione artistica, alla creazione e diffusione di beni e servizi. Eppure è evidente la necessità di combattere questa visione asfittica del “digitale” solo come mezzo, di riconoscere che è in atto un passaggio – forse addirittura già concluso – di cui non abbiamo ancora completamente coscienza: se gli strumenti sono stati per anni disponibili ai professionisti ed esperti del settore, oggi sono accessibili ed utilizzabili su scala popolare, rendendo possibile la vera “rivoluzione digitale”.     

Riconoscere il momento in cui il cambiamento entra nell’ordinario e diventa persino tradizione è profondamente complicato, ogni epoca ha i suoi criteri di giudizio che sono insufficienti alla reale comprensione e alla piena accoglienza del “nuovo”: oggi abbiamo il dovere di spostare più avanti il confine della consuetudine lasciando che finalmente il “nuovo” diventi “abituale” e di riorganizzare le attività affinché questo processo si realizzi pienamente. 

D’altra parte non esiste altra via: l’introduzione di nuovi strumenti, abbinata alla straordinaria capacità creativa, genera sempre nuove soluzioni che si trasformano in nuove opportunità, nuove occasioni di impiego, rivoluzionari filoni artistici o addirittura in sorprendenti nuove forme d’arte. L’introduzione dei droni a basso costo – adeguatamente regolamentati e unita all’utilizzo di software libero – ha permesso la diffusione di un modo nuovo di concepire la fotografia e il montaggio video che finora potevano essere realizzati solo da agenzie pubblicitarie, produzioni o televisioni con discreti budget a disposizione. Oppure, come il mondo del web abbia influenzato e si lasci modificare dalla creatività in un ciclo continuo e reciproco, è un fenomeno ricco e rappresentativo di un mondo in fermento.

E ancora con le stesse considerazioni, sappiamo oggi che il digitale consente di accorciare i tempi di progettazione della creazione di nuovi business, di arrivare velocemente ai mercati, di testare le reazioni dei clienti finali, di creare ed intercettare nuovi bisogni che creano nuove competenze e professionalità: pare che questo mondo abbia costantemente la capacità di trasformare prima il mezzo nel fine e poi di nuovo il fine nel mezzo. Tutto questo ha creato un vivace e fervente ecosistema di startup che si nutre di nuovi bisogni e tecnologie abilitanti.

E a sua volta, la tecnologia ha una inestinguibile sete di conoscenza che ha bisogno di formazione continua: senza orientamento, la vastità del tema rischia di essere totalmente paralizzante, a prescindere che siamo adolescenti, universitari o professionisti affermati. 

La complessità dei temi deve essere trasferita alla capacità di organizzare la formazione, che a tutt’oggi ha due caratteristiche apparentemente in contraddizione: da una parte richiede una visione d’insieme multidisciplinare e trasversale, dall’altra deve infondere competenze settoriali e ed in certi casi estremamente verticali. La sfida non è dunque solo sulle competenze tecnologiche, ma nella fusione dell’apprendimento con metodologie adeguate e la creazione di ambienti che stimolino l’immaginazione ed il trasferimento della visione fra i singoli: il cambiamento avviene solo grazie all’azione di persone a cui sono stati forniti strumenti e leve, attraverso la sperimentazione come in una moderna “bottega d’arte”. 

Ecco perchè una scuola di programmazione, di informatica, di elaborazione digitale deve essere concepita in maniera moderna: ecco perchè la nostra “scuola di arti digitali”, un posto dove far accadere qualcosa che scateni il potere della nostro potenziale e della nostra immaginazione.